Philippe Daverio critico d'arte | Vincenzo Vavuso - Arte concettuale Salerno | Vincenzo Vavuso

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Philippe Daverio

E’ probabile che il percorso più attraente per un artista consapevole oggi non sia altro che tentare con intelligenza di riassumere i percorsi disordinati che il XX secolo ha consegnato alla storia delle arti. E cosa rimane oggi di quegli esperimenti? Forse solo i fossili. Oppure i detriti di oggetti industriali che hanno apparentemente esaurito la loro funzione.
Vi è infatti una curiosa caratteristica nel mondo del consumismo, che l’ umanità ha intrapreso dopo la rivoluzione industriale. Per la prima volta dagli anni lontani del neolitico, si produce ben di più di quanto non si possa consumare. E se, fino a ieri nell’era lunga dell’artigiano, il prodotto dell’ operosità andava sfruttato fino al suo esaurimento, dalla mutazione industriale in poi il manufatto, non più “fatto a mano” ma diventato di fabbrica, perde la sua unicità, viene sostituito facilmente e si disperde. Ritrova la sua personalità autonoma solo nella fatiscenza, in quanto ogni percorso di produzione è replicabile mentre ogni percorso di parziale consumo torna ad essere individuale. Ogni copia del giornale, identica alle altre quando esce dalla rotativa, diventa autonoma quando si sgualcisce.
Ed è in quel momento che interviene l’artista, il vaticinatore che ne sancisce la personalità. L’ uso iniziale è esaurito, almeno apparentemente. Ma rimane pur sempre nel prodotto una rimanenza oggettiva di utilità che si fa residuo di forza poetica. E’ questa rimanenza che viene recuperata da Vincenzo Vavuso per generare un percorso inatteso e creativo. La metodologia non è di per se stata inventata ora: già Marcel Duchamp la aveva individuata andando a segnalare oggetti normali e banali per attribuire loro una dimensione di lettura diversa da quella ovvia. Gli bastava, cent’ anni fa, girare a testa in giù un “pissoir” per farne una fontana, era sufficiente esporre all’ incontrario una ruota di bicicletta sulla sua forcina per farla apparire come una scultura. Il rovescio della realtà era il mezzo apparentemente elementare per generare una pulsione innovativa in chi la guardava. Fu quella una strada che offrì alla psiche ludica di dada una infinita articolazione di opportunità. Man Ray, che si esercitava principalmente nella riproduzione fotografica del mondo che indagava, vi trovò una vasta fonte di ispirazione.
Sembrava forse allora il metodo nuovo dell’invenzione essere solamente una sottile provocazione. Non fu affatto così: si rovesciava anche nella fantasia un potente vaso di Pandora dalle mille declinazioni. Furono raccolte queste dalle menti fervide del Nouveau Réalisme parigino dell’ immediato dopoguerra. Hans Tinguely e l’ amico suo Daniel Spoerri andarono a discernervi strade ulteriori. Le loro solo apparenti accozzaglie di oggetti ritrovati al mercato delle pulci si trasformavano i macchine intelligenti e in composizioni nelle quali il contrappunto fra i reperti, talvolta parenti, talvolta inattesi, formavano racconti che andarono ben oltre l’ onirico.
Questo è l’onda nella quale Vincenzo Vavuso si è infilato. E lo ha fatto con la consapevolezza di chi appartiene alle generazione successiva. Se quella dei padri era ludica e situazionista, quella recente si trova stimolata da una presa di coscienza ben più contrastante perché ha la sensazione di camminare sul bordo del precipizio della Storia. Il mondo non è più da smontare per essere ricostruito. Il mondo forse è entrato in una fase dove solo la catarsi può essere redenzione. Ed eccolo Vavuso che brucia i residui, ecco che ne frammenta e ne accartoccia le tracce scompigliando le pagine del libro che dovrebbe contenere un sapere ormai inutile. E interpreta fino al parossismo la funzione dell’artista: non può che essere oggi quella del sommo manierista che sul finire del Cinquecento giocava con tutti i temi rinascimentali per farne il filtro d’ una sensibilità rinnovata. Prende quindi il fuoco, che Alberto Burri aveva usato sulle plastiche candide per scoprirne le magie combuste, e lo trasferisce sui reperti. La materia apparente contiene infatti una materia recondita che il fuoco trasmuta o sublima come avviene nel crogiolo dell’ alchimista. E il ruolo di mediatore dell’artista non ne è affatto diminuito: è pur sempre la sua mano che conduce il procedimento fatale come una volta conduceva il pennello, è la sua sensibilità che deve sostenere la complessa bisogna del portare fino ai limiti la materia affrontata in questa domestica Apocalisse. Sorge fatale un cosmo rinnovato e redento. E nell’ esaltazione d’un sano egocentrismo in mezzo a cascami riordinati l’artista torna a manifestarsi protagonista della creazione.
Perchè vi è alla base dell'intero suo percorso una sorta di compressione delle sensibilità, una accomulazione silente ma consapevole di sentimenti e di pulsioni segrete. In lui si condensano "rabbia e il silenzio". Poi viene l'energia del fare e l'implosione esplode nella realizzazione del lavoro.



 
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