Luigi Crescibene | Vincenzo Vavuso - Arte concettuale Salerno | Vincenzo Vavuso

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Luigi Crescibene

Gli esiti pittorici del validissimo artista, che ha già percorso un luminosissimo “cursus honorum”, sono connotati da esiti pittorici che, in una cifra personalissima, sono trascorsi dalle più significative esperienze artistiche del novecento. Vincenzo Vavuso è un artista consapevole. Nulla è lasciato all’improvvisazione, a furbesche scorciatoie, a distraenti spettacolarizzazioni. Kandinsky aveva affermato: “Niente è più sbagliato che credere che una fedele riproduzione della natura sia arte”. Vavuso sembra aver fatto propria l’enunciazione del grande maestro. La pura rappresentazione mimetica del dato reale, dell’oggettività esterna è tenuta, rigorosamente, distante. L’artista non riporta la concretezza, l’oggettualità mesta e alida, la natura delle cose, ma le leggi che le animano. Riporta la progettualità, la semplificazione, la scomposizione, la ricomposizione e l’accordo. Riporta la sensibilità fondale, le emozioni profonde e larvali, l’esigenza di esserci e di esondare, di smarginare e ritrovare il reale oltre la visibilità apparente, formale, ingannevole, bara. E il colore esultante, scialbato, distillato, acceso, schioccante, sommesso, intenso, modulato, incalzante rimanda, senza falsificazioni, alla percezione più viva, autentica e intima delle cose. Il rapporto tra forma e colore non è stringente, avviluppante, coattivo. La resa artistica è libera, leggera, appena mediata, ma le suggestioni delle correnti espressive del Novecento, non incidono più del necessario. Vavuso asseconda la sua cogente esigenza di cercare, introiettare e riportare il bello. Asseconda l’impeto, l’onda emozionale, ma la sorveglia, la raffrena, la contiene. L’intensa densità della materia, sposa, spesso, accostamenti cromatici vividi, audaci, spavaldi, in una semplificazione di linee e disegni che cercano e trovano l’essenzialità pura, la comunicazione immediata e vera, al di là di strutturazioni esornative, di vieto, bolso e trucido decorativismo. Resta il bello, resta il vero. Resta l’indomabile ansia di andare oltre il visibile, di ritrovare e ripercorrere i “nostos” di allora, di aprirsi i varchi che vanno lontano, tanto lontano, in plaghe inesplorate, in mondi leggeri, diafani e puri fra voli, carezze, bagliori, tremori, edenici abbandoni, silenzio e mistero. “L’oggettivo in se stesso è senza significato… Decisiva è invece la sensibilità, ed è per il suo tramite che l’arte arriva alla rappresentazione senza oggetti…” Cosi scriveva Malevic. E alla sensibilità accentuatissima, alle folte, intricate ed aristocratiche risorse interiori, Vincenzo Vavuso affida il compito, fervidamente lieve, di rappresentare esili articolazioni dello spazio, l’accordo dinamico delle superfici, l’elargizione vibrante del colore, attimi e atmosfere di intensa e morbida concentrazione lirica. I riverberi dell’interiorità in una nuda e confabulante resa essenziale, si fanno sedimentazione pulsante di incanti e passioni, di tensioni, regressioni, trasalimenti, ripiegamenti,magia e malia in trasposizioni di atmosfere rarefatte, dinamiche, limpide, trascoloranti, in sottilissimi giochi di luce, di ombre e colori. Le tralucenti penombre dell’animo.

 
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