Angelo Calabrese critico d'arte | Vincenzo Vavuso - Arte concettuale Salerno | Vincenzo Vavuso

Vincenzo Vavuso
Vai ai contenuti

Menu principale:

Critiche


torna a
critiche

 

Angelo Calabrese


L’Oro della Città è una rassegna d’arte visiva che, fatta salva la sospensione estetica, attiva l’insopprimibile esigenza di porre quesiti: impegna a comprendere e partecipare, a mettere a frutto anche quello che della comunicazione si è appena intuito. Vale soprattutto per quelle risonanze che contribuiscono a indirizzare il circostante e a mutarlo attraverso nuovi parametri di spostamento di pensiero, stimolando, quindi, alla modernità, che è un modo nuovo d’esserci al mondo. Insomma anche questa volta la creatività di Vincenzo Vavuso assolve una funzione estetica che punta  all’essenziale, evocando e testimoniando processi sostanziali di cultura intesa nel senso di spazio che comunica. E’ sempre, quindi, questione di convergenza per presa di coscienza, perché, secondo il nostro impegno, la comunicazione, rivolta ad una presa d’atto consapevole, cui dovrebbe seguire un’azione comune, cum unica actione, s’incentra su di una particolare materia che attiva atteggiamenti e comportamenti derivanti dal comunicare, cum unica re, data la specificità del fatto da cui non si può prescindere. Dalla necessità di far luce  s’irradiano, così, processi di evocazioni e testimonianze che si trasmettono al tempo della continuità. Aggiungiamo a queste considerazioni  che mai si potrebbe trarre dall’arte una teoria intellettuale separata dalla vita. Ce lo conferma l’indimenticabile Ernesto Saquella  trattando degli ulteriori livelli di significati celati all’interno delle creazioni artistiche, “perché l’arte è lo spazio comune, il crogiuolo in cui si fondono le forme molteplici dell’esistenza”. In quella hanno peso rilevante gli incontri. Enzo D’Antona, direttore responsabile de La Città, l’organo salernitano d’informazione quotidiana, si è interessato all’opera di  un artista pensoso e ribelle, strenuo difensore della natura e della cultura, nei cui orizzonti  la tradizione è vissuta come aria che si respira e l’identità locale, regionale e nazionale, nel contesto dell’Europa dei popoli e del mondo, ci propone non confusi e non divisi. Vavuso è pervenuto ad un suo stile eloquente. Da gran lavoratore ha elevato congerie di oggetti comuni  ad opere d’arte, assemblandoli alla percezione globale del fatto nel farsi, sicchè si percepisce l’evento nel continuum, nell’incursione drammatica della disumanità che suscita rabbia impotente. Questo accade intanto nel silenzio connivente e nell’accettazione supina di chi è escluso dalla storia ed è emarginato dalle prerogative che consentono agli uomini umani di viversi, di aspirare alla qualità della vita, che nel degrado acquiescente si riduce alla tragedia del lasciarsi vivere. D’Antona ha letto le pittosculture e le cromostrutture di Vavuso e lo ha sollecitato a porre la sua arte a servizio della Città, come Civitas civilis, e della testata del quotidiano salernitano, per proporre riflessioni d’etica dell’umanità all’intelligenza collettiva. Da un incontro fortunato è stata, dunque, posta in essere la rassegna L’ Oro della Città, alla quale dedichiamo le ragioni interpretative dei procedimenti e delle valenze, perfettamente aderenti a quel pensare per immagini che denuncia le crisi del nostro tempo, giusti moniti per le responsabilità future. L’annunciato predominio dell’oro, come patina e sedimento, come allusione all’architettura che non è solo quella degli scavi profondi per rendere stabili le strutture edificate, vale soprattutto a chiarire il senso del documento storico e civile che all’arte del progettare e costruire riconosce il merito di trasformare il tempo nello spazio cristallizzato. Solo così l’orgoglio civico apprende e motiva, nei secoli, i percorsi  della civiltà che ha realizzato la metamorfosi del tempo nello spazio. Chi ne prende coscienza, apprende a riconoscere i dialoghi che nei millenni sono avvenuti tra la genialità dei costruttori d’umanità e le tensioni abitative che confluiscono nei luoghi del cambiamento. La Città è storia e progresso civile, intuisce le opportunità che si vengono prospettando e  l’antivedere è insito nella prerogative della comunicazione. Vavuso ha voluto che  L’angelo quotidiano si impennasse, strillone antico e sempre nuovo, sulla sua bicicletta che gli consente d’essere più celere  nell’offrire l’oro delle notizie quotidiane. L’atleta giganteggia come quei messaggeri d’altri tempi, che erano attesi con il carico dei loro fogli  infittiti degli accadimenti freschi di giornata. L’opera va letta nei minimi particolari. Le ruote documentano come le notizie si allarghino a cerchi concentrici, come accade quando un sasso cade in uno stagno. I piedi sono quelli che pigiano sui pedali, ma si elevano da quella posizione, hanno ali mentali, perché  La Città  annunciata esige che  dalla rete topografica del territorio, con tutti i segni evidenti degli stappi inveterati, si colga finalmente l’invito all’impegno partecipativo, al superamento dell’indifferenza  e dell’omologazione. L’opera è pervasa da un fremito allusivo agli echi che hanno diversi riverberi tra i pieni ed i vuoti, riscontrabili tra consapevolezza storica e civile e disamore frutto di cinica manipolazione. L’oro patina e cristallizza le altre volumetrie, rese variamente plastiche e funzionali  all’etica progettuale che si propongono interferenti e sempre aderenti alle finalità comunicate. Si coniuga all’anghelos sui pedali L’urlo della città che finalmente trova la voce collettiva, decisa a rivalutare i suoi reperti, a riscattarsi, a svegliarsi dal sonno indolente, ad esigere giustizia ed equità. Quell’urlo abbatte barriere e sceglie di agire e sperare. Pensiamo all’urlo collettivo e non possiamo dimenticare quello che, invece, rompe la serenità domenicale, scuote i pensieri e i dialoghi domestici e si teme per un infausto accadimento. Poi l’urlo si giustifica: ha segnato la squadra del cuore. La gioia sportiva è contagiosa, bella, ma quanto distante dalla difesa dei diritti dell’uomo e delle leggi della natura. Nelle manipolazioni d’arte di Vavuso la materia prima è sempre quella cartacea: sovrappone, intreccia, articola in forma di rocce, cime, discontinuità in bilico le pagine del quotidiano di Salerno. Diventano solide forme di naturale architettura, spaziano in aeree volute, convergono all’alto tra evidenze sacrali e profanazioni, andirivieni, tornanti, effetti tellurici, gravi come i terremoti che scatenano le notizie dal mondo in fiamme. Gli equilibri estetici  propongono allevamenti di polvere, grumi attrattivi tra gli onnipresenti pieni e vuoti nei quali l’occhio gode dei particolari  che conferiscono quel senso del solenne che tra Città e notizia  assume La chiave giusta, quella che tutti si attendono dall’interpretazione della notizia, comunque in precedenza riportata. La speranza è sempre nella chiarezza e nella sempre desiderata, invocata trasparenza. Vigila intanto sulla smemoratezza e sulle manipolazioni, operate sui fatti antichi e su quelli recentissimi, L’occhio della storia, ammonendo che il passato meglio si legge con la vista acuta del presente.
Le notizie vengono alla luce, si ri-trovano scavando negli accumuli, investigando tra le radici e sempre Oltre la notte che cela, complice, tracce e segreti. Chi investiga Il peso della Città, avverte il senso degli accumuli, delle rinfuse e quello delle ragnatele
che dovrebbero prendere forma per l’azione. Un’allusione all’informazione intesa come cura della notizia, cui fanno riferimento i curatissimi particolari dell’opera: la città, se è sinonimo di civiltà, ha la certezza di risorgere. Ne è certo l’artista che, avvalendosi  di utilizzi polimaterici, conferma che tutto ci che si eleva converge all’alto. Basta possedere Le chiavi di lettura per muoversi tra accumuli e superfetazioni di notizie in circumvoluzioni  palesi ed occulte. Una volta assimilati i procedimenti mentali dell’artista viandante, che sdegna la lanterna di Diogene e sceglie d’esserci e appartenerci, agendo con, per, e tra gli altri, è più agevole l’interpretazione. Ne L’attesa si chiariscono le valenze delle incrostazioni e degli squarci, della polvere accumulata nel tempo, degli occhiali  di chi non si arrende. Intanto affascinano le pagine dei Tesori in cristallo con le loro geometrie segrete, allusive alle regole ineludibili mentre in Primavera d’autunno spumeggiano quei ritagli che fioriscono a nuova vita  con  le loro sorprese: è come riaprire un caso, una ricapitolazione inattesa nella stagione avanzata. L’aquila in volo di Liber-arsi propone il superamento delle lacerazioni; le pagine-ali si elevano dalle esperienze negative, la città è anche questo, ma per avere ali integre occorre investigare In fondo al sottobosco, ri-sacralizzare, trapanando, scavando tra marciscenze e fermenti, per riscattare alla storia la cronaca della disarmonia. Solo così potranno anche venire alla luce Tesori dimenticati o trafugati: la grande chiave disserra fatti e luoghi dell’anima, ricordi e memorie. Poi c’è una raccomandazione, un invito alla solerzia: Occhio alla Città! E’ necessaria una costante attenzione alle cavità, ai pieni che rischiano d’essere vuoti, perché nessuno potrebbe prendere il massimo dalla vita e neppure il minimo, se prendono il sopravvento le condizioni  che condannano a lasciarsi vivere. Plaudendo alla lungimiranza di Enzo D’antona e tributando il giusto merito a Vincenzo Vavuso, che ha inteso appieno come leggere, in arte, la Città,  nell’ampiezza degli orizzonti  di una comunicazione impegnata come quella del quotidiano La Città, troviamo opportune alcune considerazioni. La Città è un libro immenso; le sue strutture profonde hanno le prerogative della fermentazione trasformazionale. Si rigenerano infatti nel gioco delle energie, i cui ritmi, sempre vari, transitano nei fatti urbani. La Città è un prodotto della comunità umana ed è pertanto coinvolta nei processi della gente che la compone. Conveniamo con  Lewis Mumford: “Funzione della città è quella di trasformare il potere in forma, l’energia in cultura, la materia morta in simboli viventi dell’arte, la produzione biologica in creatività sociale”. Vincenzo Vavuso ha dimostrato nelle sue opere che nell’avanzato progresso tecnologico tutto questo non è mai accaduto. Le successioni delle svolte, proliferanti in quelle epocali, non hanno contribuito a darci maggior comprensione delle leggi che regolano la natura e a progettare, verso il possibile, l’ipotesi di una comunità futura. L’ignoranza, il fanatismo e la superstizione non agevolano, nel tempo della globalizzazione, una civiltà sulla terra come prodotto della comunità umana. Il dissidio incolmabile tra natura vituperata e cultura, vissuta come progresso scientifico e tecnologico, vieta un unitario coagulo delle umane energie. Forse solo un’unitaria idea superiore, una religiosità eticamente avvertita  nel nome dell’umanità, potrebbe consentire l’accesso ai diritti dell’uomo a venire, ma dal nostro sterminato immondezzaio, al presente è vagheggiata solo una fuga verso le stelle da cui veniamo. Tornarvi in cerca di un’antica madre potrebbe accadere e sarebbe privilegio di pochi, che avrebbero gestito a loro piacimento le sorti di popoli destinati alle estreme miserie in espansione geometrica. Noi non rinunciamo alla Città, all’Oro delle nostre radici profonde è delle chiome estese. Siamo consapevoli debitori del nostro contesto non umano, della naturale energia metamorfica che sa opporre la  ferocissima  innocenza  del caos primordiale  agli estremi disastri, voluti dalla disumanità dissennata e perpetrati contro le armonie della natura mirabile, di cui  mai potremmo fare a meno. Concordiamo con Vavuso, che ha coniugato la sua creatività con l’arte della comunicazione, sulla necessità di recuperare il senso della Città e della società civile.  Quelle dovranno necessariamente ritrovarsi nelle tensioni abitative che già fecero illustri i grandi progetti voluti come felicità del buon governo, quando si aveva a cuore il felicitare dei concittadini. Noi non rinunciamo a L’Oro della Città, cioè ad un’adeguata sicurezza,”bisogno essenziale dell’anima”, secondo Simone Weil, all’ordine che regoli le relazioni sociali, alla libertà che è rispetto delle regole necessarie all’utilità comune, al senso della proprietà come diritto alla partecipazione ai beni collettivi e soprattutto all’uguaglianza che garantisce ai meritevoli l’accesso alle possibilità realizzative della persona umana.


Angelo Calabrese

Tra l’urlo immane e il silenzio desolato, che inesorabilmente segue, è naturale la pausa. In quella hanno senso le evidenze riflessive che Vavuso, ribelle esasperato, comunica nella sua attuale ricerca, proposta agli uomini umani che, nonostante tutto, progettano per il tempo della continuità con la tempera degli uomini storici che creano eventi reali. Il nostro tempo dell’incertezza, del mondo complesso e impredicibile, dell’omologazione, condanna al divenire sopravvivente l’andare verso il diritto ad un’evoluzione storica, in cui la vita abbia più vita. Lo esige la laicità che impegna ad “andare verso” nel pieno rispetto dell’etica dell’attraversamento. Vavuso denuncia l’inconciliabile dissidio tra natura e cultura, tra superpotere economico ed ignoranza generalizzata, tra miseria affamata e fanatismo irriducibile. Vincenzo Vavuso invoca l’arte che, proponendo orizzonti di auspicati, nobili processi di cambiamento, fronteggi l’ineluttabile che diventa regola e azzera le ragioni della ragione. Alla supremazia giova solo la distruzione delle preesistenze: schiaccia, brucia, massifica, vanifica l’impegno di generazioni che hanno prodotto civiltà e, quel ch’è peggio, alimenta la smemoratezza, disprezza il sentimento e domina l’omologazione. Questo è l’incubo che atterrisce l’artista, che teme gli effetti della rabbia impotente. Intanto il mistero domina incontrastato. Le più antiche domande che dall’insorgere della coscienza i primi uomini si posero, restano intatte, nonostante le prese di posizione dei creazionisti e degli evoluzionisti. Da tempi remotissimi, noi, viventi interrogativi continuiamo a chiederci chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Ignorare del tutto queste istanze è possibile: basta convincersi che non ci riguardano. Però qualche certezza ci compensa: noi siamo quello che facciamo, quello che realizziamo con, per, e tra gli altri e non c’è definizione più bella di quella che riconosce la vita in perenne mutamento come regola e desiderio. Tutto ciò che diviene ha diritto di vivere. Vavuso teme la sopravvivenza, la negazione della libertà di conoscere e conoscersi nel transito, nell’attraversamento etico, che è tale, perché impegna al rispetto della vita, valore unico e irrinunciabile. Vavuso non è certo il primo ad esigere una sana crescita culturale, spirituale, e di conseguenza politica, in sereno e sincero progresso. La sua stessa rabbia; il suo urlo più vano di quello di Rilke, addirittura minuscolo nei confronti di quello di Caino, che esige da Dio una ragione, una risposta, totalmente delusa alla sua eterna condanna di datore di morte. Vavuso si scontra con l’epidemico e acritico eccesso mediatico che conquista masse patologicamente confuse, arrabbiate e affamate di prede da sbranare su comando. I privilegi degli egemoni dominanti sono dogmi: i loro acerrimi nemici sono proprio il pensiero libero, la cultura, l’arte che liberamente afferma la sua decisione creativa ed è sempre al servizio degli uomini liberi. Chi si nutre di rabbia e vanamente urla contro il silenzio omologato e acquiescente sa che le città senza civiltà sono affollate di solitudini, gravate da prepotenze immotivate, da leggi distanti dalla giustizia e dall’equità. La nostra società di individui si adegua alla necessità di sopravvivenza, smemorata dalle tradizioni comuni e dei valori della propria storia. Intendo le ragioni di Vavuso, perché non oso smentire Eraclito: “Uno solo vale più di diecimila per me se è il migliore”. Com’è attuale l’articolo che Pasolini propose sul Corriere il 17 maggio 1973, ribellandosi contro l’omologazione e prendendo spunto dalla pubblicità di una marca vincente nello slogan: “ non avrai altri Jeans all’infuori di me”. Quel saggio, ora è inserito in Scritti Corsari, difendeva i sacrosanti diritti delle tradizioni destinate a perdere la propria orgogliosa autonomia. Nel tempo dell’incertezza e dell’impredicibilità anche la nostra lingua langue tra le elette dall’Europa delle Nazioni: è in gioco l’identità di una Civiltà maestra al mondo per natura ed arte. E quest’è, si dice dalle mie parti concludendo. Però, nonostante tutto la vita continua ad essere regola e desiderio ed attende il poeta e l’artista che ritrovino misteri nelle certezze inoppugnabili. A pagina 73 di quel prezioso volumetto che con il titolo di Carte Lacere venne pubblicato in edizione numerata nel 1991, a dieci anni dalla sua scomparsa, Leonardo Sinisgalli richiama la nostra attenzione ad una inoppugnabile evidenza. Ci ricorda che: “ 3 numeretti trascendenti, inesprimibili per cifre, fanno la trinità che regge il mondo: 1618…;3141…;2718…;”. Internet che ora agevola i supponenti e gli sprovveduti, abili nel copia e incolla, a farsi belli del buono e del nuovo altrui, valga per ritrovare i numeri di cui sopra e dare una sbirciatina anche alla derivazione di Google, che prende il nome da un non corretto spelling. Si incontreranno cifre d’alto interesse; 10 seguito da un milione di zeri o da un milione di milioni di zero…. E che fine è riservata ai numeri primi in questa nostra realtà dell’impostura, che provvidenzialmente ri-trova un pontefice esperto della laicità del rivoluzionario Francesco? Sinisgalli era attento “ ai numeri primi che nelle oro estreme solitudini si affiancano e forse si collegano in colonie come le stelle”. I numeri primi del pensiero e delle arti vivono malissimo. Si ritrovano come Morgante e Margutte a verificarsi in improbabili dialoghi mentre scalano l’estrema cima della loro Himalaia per poi rendersi conto che, in vetta, il vertice si perde nei cieli che celano. In tutto questo lo scarabocchio è legato alla nostra fisiologia e la calligrafia alla nostra cultura che, se d’imposizione non è spazio che comunica. La materia grigia del mondo è però sempre in fermento e, quindi, non ci sarà mai stasi finché il pensiero lo tiene sveglio. Che dire a Vavuso che deve difendere le ragioni dell’arte? Denunci e non si arrenda. Per ora mi tocca riflettere sull’amplesso pitagorico rappresentato da due quadrati contigui. Eppure non ho dimestichezza con Cartesio Maestro di Regine. Ho respirato il tufo delle stanze in cui Vico si spupazzava la figliolanza ed era precettore di scugnizzi. Sono certo dei ri-corsi che rendono giustizia provvidenziale agli umani valori. Siamo impegnati al tempo della continuità, la progettiamo, se perseguitati alla luce, a in sotterranei percorsi, pronti a venir fuori non appena langue la virulenza che vanifica il bene che gli uomini fanno. Non calpestiamo la natura, né bruciamo i libri del sapere. Esigiamo eventi storici qui e ora, sulla Madre terra che ci nutrì di miti reali e praticabili nelle evoluzioni dei tempi che ce li rinnovano, in chiarificazione. Ci piace James Mead che, reduce dalla vana ed estenuante ricerca praticata nei mari, sulla rotta per Utopia, sulla via del ritorno ha infine incontrato nell’isola di Agathotopia il luogo d’appartenenza e di continua modificazione, in cui confluiscono ciò che è stato e ciò che sarà. Per quanto concerne la scelta delle evidenze comunicanti ad unum, è interessante sottolineare che, oltre i riferimenti metaforici, Vavuso, nella concretezza della denuncia e della diretta comunicazione con il sociale nei giorni di tutti, non mistica i materiali. Aggiunge solo il colore connotativo, relativo alle catene, alle armi da lavoro che diventano strumenti di tortura e sopruso. La crudezza dell’epifania, grazie al richiamo del legno, del ferro, della carta, che si sono evoluti in oggetti d’uso e di civiltà progressiva, diventa ancora più eloquente, perché la rabbia che grida la disumanizzazione, è forte richiamo all’incubo regressivo, che incalza proprio dove domina il silenzio acquiescente.


STRUTTURE ESTREME
-Reperti e Profezie-


Angelo Calabrese

La scelta di un linguaggio comune all’esistenza, che informi cioè e comunichi, a lampo d’occhi, lo stato delle cose, il questo è, l’ecce homo, ha impegnato Vincenzo Vavuso a far arte nel senso del visibile-tangibile. Ha proposto, quindi, le sue cromostrutture come allarmi di forte richiamo per i valori umani, che si ritrovano nello specchio di condizioni di non ritorno. A quel punto, di fronte all’ineluttabile che si fa prassi, l’arte, come speranza che si fa ragione, ritrova senso e funzione. Alimenta pertanto il progetto d’umanità che coraggiosamente si attiva per il tempo della continuità proprio nei luoghi di massime trasformazioni. Prima che al punto di non ritorno la ragione, smemorata di noi, non offra possibilità risolutive, la poesia che nelle arti custodisce e tramanda le ragioni della ragione attraverso gli umani argomenti, ci sprona a non dimenticarci della nostra essenza. Vavuso propone le sue opere come poetiche strutture estreme, come reperti investigati nel tumulto dei sentimenti che vibrano fino all’acme del tragico, addirittura senza prospettive catartiche. Gli stessi elementi costitutivi degli assemblaggi, nelle loro assurde, distruttive interferenze, si evidenziano sottratti alle particolari funzioni per le quali erano stati ideati e prodotti: Tutto è stravolto nell’inconciliabile dissidio tra natura e cultura, intesa come scienza che, negli accelerati processi tecnologici, muove verso mete inimmaginabili per un’angusta visione umanistica e una cultura che affondi le radici nella spesso malintesa grande tradizione. L’artista sa bene che cultura è lo spazio che comunica e che la tradizione è l’aria che si respira, ma come uomo erede d’umanità è dalla parte degli esasperati ai quali si negano i diritti elementari, in un clima di naufragi, che nulla hanno a che vedere con quelli delle filosofie e delle letterature, ma con l’inclemenza delle onde vere, degli approdi dalle guerre agli odi razziali, dalla fame all’indigenza di dignità e di rispetto della persona umana. Vincenzo Vavuso grida la sua compassione, urla in nome del sancito diritto di potersi ritrovare ognuno in se stesso, ma in una società socialmente globalizzata, fuori dalle tracimazioni dell’ignoranza superstiziosa e fanatica. Urla il bisogno di liberarsi dalla massificazione, che condanna una società di individui all’invivibilità di solitudini affollate al nichilismo, all’afasia, all’annientamento della specie nel trionfo dello strapotere economico e massmediatico, che nei vaniloqui di parole contro parole, riduce l’universo degli arrabbiati e stremati al silenzio-assenso. Credo così di aver chiarito il senso dei percorsi d’arte di un uomo di libertà, che grida prendendo atto di come la rabbia esasperata si autoconsumi esausta, mentre restano in silenzio quelli che potrebbero intervenire in nome del prometeico Progetto d’umanità, che non si azzera e non si cancella: nonostante tutto è comunque e tuttavia in atto. Almeno questo osiamo sperarlo. Le cromostrutture di Vavuso sono attrattive, eloquenti, veggenti nel senso del monito ad essere vigili nei mutamenti, nelle svolte epocali, che determinano riferimenti culturali decisamente mutati. Le arti e la libertà creativa da sempre conferiscono le ali alla modernità, sicché possa innovarsi coerentemente nel progetto per il tempo della continuità. Vivono alle svolte epocali una irrepetibile occasione per affermarsi in ruoli mai disgiunti dove, senza i dogmi della verità e della completezza,  proprio nell’incertezza e nella impredicibilità e nella complessità del mondo, nel probabile e nell’indecidibile, la cultura scientifica scopre di non poter fare a meno di coniugare filosofia, esoterismo, e attualità. Mondi che sembrano separati, perché tali li vogliono l’ignoranza, il fanatismo e la superstizioni, si inverano alla luce di organiche interferenze e la grande tradizione torna, come aria che si respira ad essere faro per uomini che il sapere scientifico affranca da millenarie mortificanti credenze. Le intuizioni creative del nostro artista si proiettano ben oltre quei corpi ed ombre dell’esistenza prelevati, manipolati e assemblati in strutture tridimensionali, significative di cause ed effetti di annientamenti concatenati dalla follia devastante. Si recepisce all’impatto con l’opera d’arte una visione istantanea del tempo in cui viviamo. Il delirio di onnipotenza dello strapotere della scienza e della tecnologia ha desertificato la sapienza edificata sui pilastri che davano senso ai valori spirituali e alla coscienza, consapevole erede di antichi valori. La natura, tradita nei suoi ritmi armonici, non più tutelata nel senso di patrimonio da rispettare, accrescere e tramandare per affidarlo alle generazioni future è solo energia in cerca di rinnovati equilibri. Per ristrutturarsi, deve ritrovare il caos primordiale e rinnovarsi attraverso nuovi archetipi da cui trarre le radici che la vivifichino, partendo dal sonno nella pietra, dalla vitalità risvegliata nelle piante, dalla possibilità di muoversi nell’animale e finalmente di approdare all’accensione del pensiero nell’uomo. Vavuso in altri termini ci ammonisce a non perdere del tutto una immane costruzione che da milioni di anni si è venuta risolvendo, in progressione geometrica, solo negli ultimi quattromila anni. Il rischio di perdere tutto è tangibile, lo si avverte imminente dove e quando non si compiono azioni responsabili nel rispetto delle pari dignità altrui, senza troppi rimpianti per quel umanesimo culturale che non ha sempre saputo difendere le conquiste delle conoscenze dall’oppressione, dall’oscurantismo ed ha ostacolato chi nel dubbio procedeva verso il possibile, forte di un’apertura mentale pronta alle verifiche coraggiose come il taglio del nodo di Gordio. Viviamo nel pieno medioevo della scienza e poco sappiamo della nostra madre Terra. L’arte di Vavuso è attuale e come artista veggente e di frontiera si propone di salvare la umane consistenze in momenti drammatici, perché il passato tradito non è ancora transitato, con la dignità di inalienabili preesistenze, nel progetto per il tempo della continuità. Mentre l’esasperazione si configura come condizione generalizzata a tutti le latitudini, dove i viventi tribolano per gli scompensi naturali, gli eccessi egoistici, l’oscurantismo che gioca le sue carte estreme, contrabbandando per conflitti religiosi quelli motivati da interessi molto terreni, mentre si radicalizzano i non sempre gloriosi resti dei monomiti di ideologie da dimenticare, quali quelli della razza, dello stato, dell’occulto, del terrore, nonostante tutto il pensiero raziocinante si raccorda a quello simbolico. Vavuso non si rassegna all’idea che non siamo ancora riusciti ad essere uomini umani, ben sapendo che il destino dell’universo non sfugge alla probabilità e che tra tutti gli organismi viventi che hanno un programma, solo l’uomo ne prende coscienza, ne studia delle parti e le rivede criticamente, come afferma Popper. Bene fa un artista ad esigere tempi e spazi opportuni agli uomini umani, che come tali devono proporsi per l’umanità avvenire. È un’esigenza da avvertire proprio nella consapevolezza che il macro cosmo ed il micro cosmo hanno come proprietà epistemologiche la complessità e la impredicibilità che nel progetto d’umanità futura non c’è posto per l’ignoranza superstiziosa, prepotente e assetata di dominio. Non saprà mai rassegnarsi alle indicazioni della meccanica quantistica che "ha sancito la perdita di cinque capisaldi della conoscenza, quale l’oggettività, la certezza, il determinismo, la casualità e la completezza"               ( Simona Cerrato Meccanica Quantistica, 1995). È tempo di diventare consapevoli, in termini totalmente nuovi, dell’unità tra logos e mithos, tra raziocinio e aspirazione metafisica "per recuperare nell’immagine dell’Uomo e della Natura, quella sacralità che il mondo contemporaneo sembra aver smarrito, ma della quale avverte confusamente l’esigenza", come afferma Maurizio Colafranceshi.


 
vincenzovavuso@vincenzovavuso.it
Copyright 2014
Torna ai contenuti | Torna al menu